Un richiamo sconosciuto.
Alcune impronte sulla sabbia.
Due piccoli indizi per un grande mistero: era possibile che un uccello, ritenuto scomparso da quasi cinquant’anni, fosse ancora vivo?
Questa storia si svolge in Nuova Zelanda, tra le montagne dell’Isola del Sud.
Il protagonista è il takahē, un uccello dalle zampe robuste, dal grande becco rosso e dal piumaggio blu e verde.
Ha le ali, ma non può volare. Cerca il cibo camminando nelle praterie, dove si nutre soprattutto delle parti più tenere delle piante.
Un tempo era molto più diffuso. Poi la caccia, le trasformazioni del suo ambiente e l’arrivo di animali introdotti dall’uomo lo avevano messo in grave difficoltà. Gli avvistamenti erano diventati sempre più rari, fino a cessare del tutto.
Geoffrey Orbell, un medico affascinato da quell’uccello fin da ragazzo, non aveva mai smesso di cercarlo. Studiava le mappe e raccoglieva informazioni: forse, nelle zone più remote, qualche takahē era riuscito a sopravvivere.
Nell’aprile del 1948, durante un’escursione con due amici sui monti Murchison, sentì un richiamo insolito. Poco dopo, vicino a un lago, notò delle impronte fresche.
Ma quei segnali non bastavano: per esserne certi, dovevano trovare chi li aveva lasciati.
Il 20 novembre 1948, Orbell tornò nella valle insieme a tre compagni. Questa volta videro un takahē tra l’erba. Poco dopo ne comparve un secondo. Orbell riuscì perfino a filmarli.
La prova era lì, davanti ai loro occhi: i takahē vivevano ancora.
La notizia fece il giro del mondo.
Ma il loro ritrovamento era soltanto l’inizio: bisognava capire come proteggerli. Cominciarono così ricerche e interventi per aiutare gli uccelli rimasti e i loro piccoli.
Per i Māori Ngāi Tahu, il takahē è un taonga, un tesoro prezioso. Anche loro collaborano alla sua protezione, insieme al Dipartimento della Conservazione della Nuova Zelanda.
E pensare che questa nuova speranza era iniziata con un suono e qualche impronta.
Nella natura, anche il più piccolo indizio può custodire una grande sorpresa.
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